lunedì 29 marzo 2010

La domanda da tre milioni di dollari è: chi guiderà ora la battaglia sul clima?

Questa settimana i leader politici e le imprese si riuniscono nel tentativo di rinnovare l’incerta sfida del mondo sul riscaldamento globale. Ma si trovano di fronte la battaglia per risollevare la nube di scetticismo che è calata sugli studi climatici e per proporre una nuova prospettiva.

Alcuni dei più facoltosi finanziatori del pianeta si riuniranno a Londra mercoledì per discutere del fastidioso problema economico: come raccogliere un trilione di dollari per lo sviluppo mondiale. Tra gli incaricati di raggiungere questo obbiettivo scoraggiante ci sarà anche Gordon Brown, le amministrazioni di diverse banche centrali, il filantropo miliardario George Soros, l’economista Lord (Nicholas) Stern e Larry Summers, il principale consulente economico del Presidente Obama.

Come schieramento di esperti è formidabile: ma allora lo è anche l’obbiettivo prefissato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Effettivamente, i più grandi finanzieri del mondo sono stati chiamati per escogitare un sistema per raccogliere almeno 100 miliardi di dollari in un anno per i prossimi decenni, denaro che sarà utilizzato per aiutare i paesi più poveri del pianeta ad adattarsi ai cambiamenti climatici.

“I prezzi che paghiamo per le nostre merci non riflette una chiave di costi: il danno che fa la loro produzione sul sistema climatico planetario”, ha detto Bob Ward, dell’istituto di Ricerca Grantham sul cambiamento climatico presso la LSE (London School of Economics and Political Science). “Abbiamo bisogno di trovare un modo per ricavare un profitto da quelli che provocano il danno e poi usano quei soldi per finanziare lo sviluppo delle nazioni così da poter proteggersi dai peggiori effetti del riscaldamento globale.

E per aumentare i fondi del gruppo consultivo di finanziamento sul cambiamento climatico ha dichiarato che prederà in considerazione ogni cosa –ponendo imposte sul trasporto aereo e marittimo internazionale, sui mercati del carbonio in espansione, con l’introduzione di tasse anche sulle transazioni finanziarie, e con l’utilizzo della speciale valuta di riserva del Fondo Monetario Internazionale. […] “La finanza è un prerequisito per un accordo sul clima”, ha dichiarato venerdì Rajendra Pachauri, presidente del gruppo intergovernativo nell’ONU sui cambiamenti climatici. “I paesi in via di sviluppo sono molto sensibili verso questo problema. Le trattative falliranno senza un sicuro e consistente finanziamento in atto”.

Suona familiare, e così dovrebbe essere: queste nuove discussioni segno di un nuovo interesse per il clima, dopo che si è concluso solo tre mesi fa a Copenhagen il summit delle Nazioni Unite, che non è stato in grado di raggiungere una trattativa per controllare le emissioni di diossido di carbonio. […] “Viviamo in un mondo nel caos più totale. Gli Stati Uniti stanno ridendo, ma non c’è alcuna certezza che i paesi ricchi non vogliano tagliarla fuori e andare avanti da soli in questa battaglia. È il caos” ha detto Martin Kohr, direttore del centro sud, portavoce dell’organizzazione inter-governativa dei paesi in via di sviluppo con sede a Ginevra. Si tratta di uno scenario deprimente per le nuove trattative di mercoledì a Londra, ma non significa che tutto è perduto. “Se gli Stati Uniti si impegnano a limitare le proprie emissioni solo di poco, questo sarebbe un enorme miglioramento rispetto alla posizione presa dall’America in precedenza”, ha dichiarato l’istituto di ricerca Grantham. "E anche se può sembrare scoraggiante parlare di raccogliere un trilione di dollari per le nazioni in via di sviluppo, dobbiamo notare che ciò rappresenta un investimento che è di gran lunga inferiore a quello che è stato necessario per salvare il sistema finanziario mondiale nel 2008”.[…]

The Guardian, traduzione: Giulia Pradella

LINK ALL’ ARTICOLO

http://www.guardian.co.uk/environment/2010/mar/28/un-climate-change-meeting-london

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